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Mi basteresti?

"Io te vurria vasà - sospira la canzone ma prima, e più di questo, io ti vorrei bastare come la gola al canto e come il coltello al pane come la fede al santo io ti vorrei bastare. E nessun altro abbraccio potessi tu cercare in nessun altro odore addormentare, io ti vorrei bastare. Io te vurria vasà - insiste la canzone, ma un po' meno di questo io ti vorrei mancare, più del fiato in salita, più di neve a Natale, più di benda su ferita, più di farina e sale. E nessun altro abbraccio potessi tu cercare in nessun altro odore addormentare. Io ti vorrei bastare." (E.De Luca) (Io ti vorrei bastare. Allora tu mi basteresti?)

Va bene così. Anzi: no.

"Ho voglia di vederti", scrivi. E però da mesi non è possibile trovare minuti che lo consentano. Il tempo soffoca le giornate. Almeno quelle in cui ho proposto le chiacchiere che tanto sembrano mancarci. So bene che il mio posto nel tuo cuore è lì. Conosco lo spazio che occupi nel mio. E ho un po' di paura.  Di essere troppo faticosa. E poi tu hai così tanta vita nei tuoi giorni che io divento una piccola presenza in punta di piedi: come non meritassi di entrare. Mi scuso, per questo. Non sei tu che mi fai sentire così. Sono io che ho questa costante sensazione di inadeguatezza. Il privilegio di averti incontrata mi sembra ancora un regalo che potrei perdere da un momento all'altro. Per colpa mia. Va bene così. Ci vogliamo bene così. Poi sfuggo anch'io, a qualcuno. Perché non ho molta voglia di fingere che tutto vada bene. Non dovrei farlo, con un'amica. Ma è un'amica che mi cerca quando deve condividere fatica o dolore. Non mi ha mai cercata per...
Sentirsi amati non è dono per tutti.

Silenzio

Impossibile non scegliere il silenzio. La voce viene fraintesa, la parole non ascoltate. Impossibile restare davvero in silenzio. Ci sono le frasi di convivenza minima indispensabili. Ci sono pensieri che non possono tacere. Impossibile sentire il silenzio come la scelta giusta. Troppi silenzi hanno ferito più delle parole sbagliate. E però scelgo di provare a tacere. Perché non so dire. Sbaglio comunque. Forse allora il silenzio è l'errore meno pericoloso. Non so nulla. Solo il grigio che mi impedisce il sogno lento e il sonno libero da pensieri. Non so come muovere i miei passi, dove orientare il mio andare. Ascolto, e diventano carne, parole che tagliano. E le sento ripetere dalla voce di chi non sa nemmeno quanto possono ferire. Ascolto, e diventa carne, il silenzio che s'illude di lasciar correre, di risolvere. Non voglio dire. Non voglio ascoltare. Occupo il mio tempo di gesti superflui. Occupo il mio tempo di attimi superflui. In attesa che arrivi sera;...

...i miei sogni defluiti come acqua...

"Tutti i miei castelli d’aria si sono sciolti come neve, tutti i miei sogni defluiti come acqua, di tutto ciò che ho amato mi rimane un cielo azzurro e qualche pallida stella. Il vento si muove piano tra gli alberi. Il vuoto riposa. L’acqua è silenziosa. Il vecchio abete sta sveglio e pensa alla nuvola bianca baciata in sogno." Rubo le parole di Edith Södergran, perché non ci fosse la poesia non saprei cosa dire. Di questi anni così privi di ossigeno se non in rari momenti regalati e subito persi. Di questi anni in cui mi sembra di non saper dire, non sapere vedere, non sapere quali gesti compiere. Di questi anni in cui forse dico troppo, vedo troppo, mi muovo troppo. Ho il cuore gonfio di desideri che non so mettere da parte né realizzare. La mia zavorra che impedisce a questo giorno di scivolare senza peso tra i miei confusi pensieri e tra i miei inutili gesti. Chiudere gli occhi per il troppo sole. E dormire. Fino al prossimo maggio. O anche più in là.

...ma tu partivi sempre la sera prima del mio arrivo

"A  cosa mi è servito correre per tutto il mondo, trascinare, di città in città, un amore che pesava più di mille valigie; mostrare a mille uomini il tuo nome scritto in mille alfabeti e un’immagine del tuo volto che io giudicavo felice? A cosa mi è servito respingere questi mille uomini, e gli altri mille che fecero di tutto perché mi fermassi, mille volte pettinando le pieghe del mio vestito stanco di viaggi, o dicendo il tuo nome così bello in mille lingue che io mai avrei compreso? Perché era solo dietro a te che correvo il mondo, era con la tua voce nelle mie orecchie che io trascinavo il fardello dell’amore di città in città, il tuo nome sulle mie labbra di città in città, il tuo volto nei miei occhi durante tutto il viaggio, ma tu partivi sempre la sera prima del mio arrivo." (Maria di Rosario Pedreira)

Con il sole negli occhi

Imparare a camminare con passo lieve. Per andarsene con soave leggerezza. Imparare il respiro sereno. Per andarsene con un sospiro di dolcezza. Imparare il battere lento del cuore. Per andarsene come danzando su un rigo di musica nuova. E in tutto questo una mano a chiudere gli occhi, accarezzare la fronte. E due labbra a baciare la pelle morbida di chi può finalmente riposare. La morte s'impara vivendo?

Pensieri come sempre confusi. E il silenzio

In questo maggio che sembra novembre, sono tornate le colombe. Come ogni anno provano a fare il nido lì dove il nido proprio non ci sta. Tutta la mattina lavorano senza sosta (il pomeriggio chissà dove vanno...). Lui avanti e indietro cercando di trovare posto sicuro ai ramoscelli che porta nel becco; lei a guardarsi intorno, proprio come se riuscisse già a vederlo il nido che lui le costruirà. Ogni anno falliscono nell'impresa: lì, tra il tetto e la tenda, lo spazio non basta. Cosa li fa insistere, anno dopo anno, prima di comprendere e andare altrove? Cosa ci fa insistere ad amare spazi che non abbiamo, luoghi che non ci appartengono, progetti che non compiremo? Leggo che le non scelte determinano la nostra infelicità, la colpa della quale, quindi, è solo nostra. Cosa ci impedisce di scegliere, di compiere il passo che sappiamo, di chiudere una porta e prendere la strada? Giorni senza luce. Sarà questo improbabile cielo novembrino. Saranno i gesti mancati che disegnano i ...

Stagioni

Pensavo. Delle stagioni non serbo ricordo. Io, che amo il profumo della pioggia, i cieli mutevoli, il cambiare del viale, il primo giorno senza calze e quello del primo maglione, non ricordo se l'inverno appena passato, e che è tornato per un ultimo saluto, è stato particolarmente freddo, o mite; se la scorsa estate è stata faticosamente calda o di un piacevole tepore; se davvero le mezze stagioni non ci sono più. Delle stagioni, di cui pure non potrei fare senza, non serbo ricordo. Forse perché le vivo nel presente; forse perché non le incornicio come foto di momenti da ricordare; non le attendo se non per come arrivano. Forse perché sono il mio oggi, senza ieri e senza domani. Fosse così anche per i pensieri. E il cuore.

Verde

Il verde sulle montagne si fa più nuovo. Desidero, voglio, un uomo che mi ami a modo mio. Che mi regali dei tulipani gialli senza una ragione; che mi lasci un bigliettino di buongiorno sotto la tazza della colazione; che ascolti i miei desideri e non resista alla tentazione di realizzarli. Un amore che canti, per me. Che capisca i silenzi e le parole non dette; che sorrida pensandomi e rida sentendo che faccio lo stesso pensandolo. Voglio un uomo che accolga le ostilità e le distanze e le trasformi in abbraccio rotondo. Voglio un amore facile. Che scivoli sulla pelle come un pensiero leggero. Lo voglio verde, come delle montagne che mi hanno stupita stamattina. Voglio traboccare di stupore. Voglio sentirmi sazia e affamata da tanta attenzione. Voglio permettermi il coraggio dei desideri. Voglio un amore verde.

Purity, Jonathan Franzen

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Amo leggere Franzen anche per una ragione estetica: i suoi libri hanno molte pagine e richiedono tempo. Non sono i libri che porto nella borsa e leggo mentre attendo. Sono libri che mi aspettano sul comodino, o accanto alla mia poltrona preferita, a casa.  Purity racconta di una famiglia inconsapevole e lo fa intrecciando più storie dentro la storia, facendo intuire il percorso dei protagonisti e poi sorprendendo con destini non prevedibili. Fornisce al lettore moltissimi in dizi, ma poi lo porta a considerare ogni volta un diverso punto di vista. Non saprei nemmeno dire chi è il protagonista della storia. Se la Purity del titolo, in balia di adulti confusi più di lei, o Andreas Wolf, il “Grande Fratello” alla ricerca di una purezza impossibile. Se Tom e Leila, che del giornalismo coerente hanno fatto la loro ragione d'essere, o la madre di Purity, che si cela al mondo nel desiderio di una moralità assoluta. Tutti hanno modo di raccontare la propria storia, legata a quella degli ...

Compleanno

Non ho ancora spalancato le imposte di questa casa che ancora odora di polvere e fatica. Non ho lasciato che il sole scaldasse i muri, perché il sole non riesco a vederlo. I miei giorni, qui e ovunque tenti di andare, sono notti prive di stelle. Non posso muovermi in tanta oscurità. Riesco solo a piangere il mio errore. E sono io.

Allora. Adesso.

Dopo tanto immobile silenzio, un gesto. Un abbraccio. Ho pensato "ecco" e un nodo, benché minuscolo, pareva sciogliersi. Non so cosa sia stato, poi. Un movimento impercettibile del braccio, forse. Un respiro colto. Come quando capii, allo stesso modo, che a Barcellona non eri solo; che a Madrid non lo saresti stato. Ecco. Come allora. E l'abbraccio si è tramutato in un addio non detto. Allora ci son voluti anni perché il velo cadesse, davanti al quadro di Hopper che non riesco più a guardare. Adesso? Aspetterò altri anni. Aspettare è la sola azione possibile, per me, ora. Ma a differenza si allora, adesso so. E sento l'orologio che segna lo scadere del tempo.

Solo la poesia può

Non lasciarmi quando arde la stella di mezzanotte, quando fuori e in casa tutto va bene come non mai. Non per qualcosa e senza un perché semplicemente e tra l'altro lasciami quando provo dolore vattene abbandonami del tutto. Che si svuotino i cieli, che diventino neri i boschi, che prima di dormire abbia una gran paura di chiudere gli occhi. Che l'angelo della morte come al cinema ora mi versi il veleno nel vino, ora la vita mia mischiando come un mazzo di carte butti sul panno la carta di fiori. E tu resta pure in disparte- biancheggia come un ciliegio alla finestra a non arrivandoci, ridi, allungandomi la mano. (Boris Ryzhij)

Pece

Ho scritto, e cancellato, troppe parole, per non sapere a chi indirizzarle. Ho scritto, e cancellato, troppe parole, per non ascoltare, come risposta, il certo silenzio che i miei tentativi di dire ricevono in risposta. Sapessi cancellare in ugual modo i miei pensieri, sarebbe già una speranza. Nero come la pece, ciò che riempie il mio camminare in questi giorni che non desidero. Nero come la pece il giorno che mi aspetta e quello dopo e quello dopo ancora. Non vedo la strada. E cado. E vorrei non rialzarmi più. Per questo, sono tornata? Perché il nero trovi spazio anche fuori di me e mi circondi, oltre a riempirmi? State lontani, tutti. Sono vischiosa, nera, brutta. State lontani, tutti.

Impossibilità

La sola possibilità realizzabile, è limitare il contatto con me stessa. Almeno per gli altri, perché io devo ancora imparare come fare a non frequentarmi. Forse è questo il motivo del mio sonno: mentre dormo sono in qualche modo lontana da me. Il vero altrove. Tutto il resto è sogno che ferisce. Il tentativo di dire. Il cercare mete il più lontano possibile o un abbraccio che mi porti via. Il buio è per la solitudine, quando esce da noi. Nessuno vuole stare con chi pensa nero, vede nero, vomita nero. Nemmeno chi tutto quel nero lo ha addosso, ne è impregnata, lo respira ogni momento. La sola possibilità è starmi lontano. Qualcuno ci riesce benissimo. Io no.

Sono giorni

Sull'orlo del precipizio in attesa di perdere l'equilibrio e finalmente precipitare. Un passo  sull'orlo del precipizio, ho scoperto una sorta di galleggiamento. Faticoso oltre ogni dire. Che cerca di sciogliersi in pianti silenziosi e solitari che sedimentano fatica e chiudono il respiro. Il castigo del resistere. La punizione della lucidità nel pensarmi. La pena di non potermi sciogliere da me stessa. E in tutto questo il mondo che continua a restare in precario equilibrio nonostante me.

Specchio

Le mie labbra hanno contorni più netti, forse stanno diventando più sottili. Come se la piega della mia bocca stesse cambiando. L'impercettibile sorriso che in tanti hanno notato sembra aver lasciato il posto a un diverso segno. I miei occhi cercano più spesso la messa a fuoco di ciò che osservano e se si osservano, diventano leggermente più stretti. La tristezza che in tanti hanno osservato sembra diventata più profonda. A volte il mio viso sembra più affilato; nonostante i contorni meno netti, la pelle meno tesa. Ho rughe sottili, altre più decise. Altre ne verranno. Le accolgo tutte. Come i fili bianchi tra i capelli mai così confusi. Mi guardo allo specchio e mi riconosco. Riconosco i pensieri che hanno disegnato il mio viso e riempito il mio sguardo e dato ritmo al mio respirare in apnea. Mi riconosco. E mi amo. Nonostante l'errore evidente che sono. Mi riconosco. E vorrei dissolvermi per non essere più l'errore evidente che sono.

Ecco.

"Viaggio"  ( Wole Solynka ) Non penso mai di essere arrivato, anche se sono alla fine del viaggio. Ho preso una strada lontana dalle vette ma fatta di domande e che mi porta giù verso una casa, a quell'altra terra. ... Non penso mai di essere arrivato, anche se un segno d'amore e di benvenuto mi attraggono verso casa ...

29 febbraio

Questo è un giorno come un segnalibro tra due pagine scelte. Come un sorriso che non si aspetta, o quell'abbraccio che ti ricompone. Un regalo. Eppure non ha luce, il cielo. E la pioggia suona rumorosa contro i vetri e il vento fa cigolare le porte fragili che proteggono il mio sonno. Questo è un giorno inusuale. Come un vestito dimenticato, di un improbabile colore: preso e subito dimenticato. Questo è un giorno che non ha inizio né fine. Un po' come il mio sogno lento. Questo è un giorno che arriva un po' a sorpresa. Come un amico che non si vede da tempo. Questo è un giorno che tornerà. Come vorrei tornassi tu, almeno per un giorno, almeno ogni qualche anno, almeno per una parola che potrebbe essere anche un addio.