Mi basteresti?

"Io te vurria vasà - sospira la canzone
ma prima, e più di questo, io ti vorrei bastare
come la gola al canto e come il coltello al pane
come la fede al santo io ti vorrei bastare.
E nessun altro abbraccio potessi tu cercare
in nessun altro odore addormentare,
io ti vorrei bastare.
Io te vurria vasà - insiste la canzone,
ma un po' meno di questo io ti vorrei mancare,
più del fiato in salita,
più di neve a Natale,
più di benda su ferita,
più di farina e sale.
E nessun altro abbraccio potessi tu cercare
in nessun altro odore addormentare.
Io ti vorrei bastare."

(E.De Luca)

(Io ti vorrei bastare. Allora tu mi basteresti?)

Va bene così. Anzi: no.

"Ho voglia di vederti", scrivi.

E però da mesi non è possibile trovare minuti che lo consentano. Il tempo soffoca le giornate. Almeno quelle in cui ho proposto le chiacchiere che tanto sembrano mancarci.
So bene che il mio posto nel tuo cuore è lì. Conosco lo spazio che occupi nel mio. E ho un po' di paura. 
Di essere troppo faticosa. E poi tu hai così tanta vita nei tuoi giorni che io divento una piccola presenza in punta di piedi: come non meritassi di entrare. Mi scuso, per questo. Non sei tu che mi fai sentire così. Sono io che ho questa costante sensazione di inadeguatezza. Il privilegio di averti incontrata mi sembra ancora un regalo che potrei perdere da un momento all'altro. Per colpa mia.
Va bene così. Ci vogliamo bene così.
Poi sfuggo anch'io, a qualcuno. Perché non ho molta voglia di fingere che tutto vada bene. Non dovrei farlo, con un'amica. Ma è un'amica che mi cerca quando deve condividere fatica o dolore. Non mi ha mai cercata per condividere una gioia.
Per un po' ho anche cercato di allontanarla, perché non capivo il motivo per cui avesse scelto di dividere con me il peso delle sue tante fatiche che però erano anche compensate da una vitalità rara e preziosa che rende lei una persona fantastica.
Poi ho compreso: voglio più bene a lei che a qualsiasi fatica possa decidere di lasciare sul mio cuore. Ne ho pianto un po' e poi l'ho accolta per com'è.
Quando parliamo, a me va tutto bene (e non perché non le racconti le mie, di fatiche, ma perché non so fare a meno di minimizzarle) e per lei è tutto una enorme fatica (anche se poi ha realizzato alcuni dei suoi sogni di ragazza contro ogni previsione; anche se poi si lascia sfuggire cenni di gioia che nemmeno si rende conto di raccontare).
Va bene così. Ci vogliamo bene così.
C'è anche chi è presente senza esserci mai. Perché non so chiudere le porte nemmeno quando lo faccio...
Anche qui c'è affetto che resta. E va bene così.
Ci sono poi gli incontri che per un po' hanno camminato con me. Ad un certo punto le strade si sono separate e mi sembra di essere rimasta lì, all'incrocio, in attesa di un ritorno. A volta capita che ci s'incontri. La mia nostalgia mi fa male e anche un po' paura.
Va bene. Ci si vuole bene anche così.
Non lo so dove stiano andando i miei pensieri oggi.
Ad essere sincera mi fanno anche un po' paura.
Cadere mi fa paura.
Non poter cadere mi fa paura.
Restare sola mi fa paura.
Sono sola da sempre.
La solitudine del cuore non la cura nessuno.



Sentirsi amati non è dono per tutti.

Silenzio

Impossibile non scegliere il silenzio.
La voce viene fraintesa, la parole non ascoltate.
Impossibile restare davvero in silenzio.
Ci sono le frasi di convivenza minima indispensabili.
Ci sono pensieri che non possono tacere.
Impossibile sentire il silenzio come la scelta giusta.
Troppi silenzi hanno ferito più delle parole sbagliate.
E però scelgo di provare a tacere. Perché non so dire. Sbaglio comunque. Forse allora il silenzio è l'errore meno pericoloso.
Non so nulla.
Solo il grigio che mi impedisce il sogno lento e il sonno libero da pensieri.
Non so come muovere i miei passi, dove orientare il mio andare.
Ascolto, e diventano carne, parole che tagliano.
E le sento ripetere dalla voce di chi non sa nemmeno quanto possono ferire.
Ascolto, e diventa carne, il silenzio che s'illude di lasciar correre, di risolvere.
Non voglio dire.
Non voglio ascoltare.
Occupo il mio tempo di gesti superflui.
Occupo il mio tempo di attimi superflui.
In attesa che arrivi sera; che cambi il giorno; che la luce diventi notte e poi sonno, per quanto senza respiro.
Occupo il mio tempo del nulla che sono; del nulla che do.
E m'illudo di sperare.
E continuo a camminare.
In silenzio. Finché saprò

...i miei sogni defluiti come acqua...

"Tutti i miei castelli d’aria si sono sciolti come neve,
tutti i miei sogni defluiti come acqua,
di tutto ciò che ho amato mi rimane
un cielo azzurro e qualche pallida stella.
Il vento si muove piano tra gli alberi.
Il vuoto riposa. L’acqua è silenziosa.
Il vecchio abete sta sveglio e pensa
alla nuvola bianca baciata in sogno."

Rubo le parole di Edith Södergran, perché non ci fosse la poesia non saprei cosa dire.

Di questi anni così privi di ossigeno se non in rari momenti regalati e subito persi.
Di questi anni in cui mi sembra di non saper dire, non sapere vedere, non sapere quali gesti compiere.
Di questi anni in cui forse dico troppo, vedo troppo, mi muovo troppo.
Ho il cuore gonfio di desideri che non so mettere da parte né realizzare. La mia zavorra che impedisce a questo giorno di scivolare senza peso tra i miei confusi pensieri e tra i miei inutili gesti.
Chiudere gli occhi per il troppo sole. E dormire. Fino al prossimo maggio. O anche più in là.

...ma tu partivi sempre la sera prima del mio arrivo

"A cosa mi è servito correre per tutto il mondo,
trascinare, di città in città, un amore
che pesava più di mille valigie; mostrare
a mille uomini il tuo nome scritto in mille
alfabeti e un’immagine del tuo volto
che io giudicavo felice? A cosa mi è servito

respingere questi mille uomini, e gli altri mille
che fecero di tutto perché mi fermassi, mille
volte pettinando le pieghe del mio vestito
stanco di viaggi, o dicendo il tuo nome
così bello in mille lingue che io mai
avrei compreso? Perché era solo dietro a te

che correvo il mondo, era con la tua voce
nelle mie orecchie che io trascinavo il fardello
dell’amore di città in città, il tuo nome
sulle mie labbra di città in città, il tuo
volto nei miei occhi durante tutto il viaggio,
ma tu partivi sempre la sera prima del mio arrivo."

(Maria di Rosario Pedreira)

Con il sole negli occhi

Imparare a camminare con passo lieve.

Per andarsene con soave leggerezza.
Imparare il respiro sereno.
Per andarsene con un sospiro di dolcezza.
Imparare il battere lento del cuore.
Per andarsene come danzando su un rigo di musica nuova.
E in tutto questo una mano a chiudere gli occhi, accarezzare la fronte.
E due labbra a baciare la pelle morbida di chi può finalmente riposare.
La morte s'impara vivendo?

Io

Le mie foto
penso troppo e rischio di dimenticare di essere felice.
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