"La parola non salva, talvolta sogna"

Colpita al cuore da questo verso che chiude una poesia di Bonnefoy, ci penso da quando l'ho letta, stamattina.

Stasera accendo il pc pensando di scrivere qualcosa per la fata turchina punk che abita con noi. Qualcosa che serva a me per alleggerire i pensieri e il cuore e provi a mettere ordine nel groviglio che sento dentro; qualcosa che la mia fata turchina non deve leggere. Qualcosa di confuso così come sono e come sto facendo.
Ritrovo invece, in una cartella dimenticata, alcune pagine scritte diversi anni fa. Forse per questo blog. Non le ho nemmeno riconosciute come mie, visto che mi sono sembrate perfino belle: strano, solitamente quando mi rileggo cancello. Anche quello è un non riconoscersi.
Leggo parole scritte e dimenticate e ne aggiungo di nuove. Poi ritorna il verso di Bonnefoy.
Mi ha colpita al cuore perché ripeto spesso di essere stata salvata dai libri. E lo credo fermamente.
Cadere dentro una storia e portamela lungo il giorno in attesa di un nuovo incontro appena possibile, è sempre stato il mio rifugio segreto. Trovare nelle parole di altri il mio pensare, il mio sentire, il mio sguardo, lo stesso battere del cuore. Accompagnare la punteggiatura con il respiro e scoprire i pensieri che seguono il ritmo di quella narrazione anche nella realtà. Questa, da sempre, la mia psicanalisi.
Le parole che ho letto stasera, che avevo scritto chissà quando e chissà perché, invece, sono sogno e non salvano. Riportano sensazioni che non so ben riconoscere e non so bene dove riporre e se riporle o, invece, riprenderle in mano.
E la psicanalisi che vorrei, in questi giorni, è quella di qualcuno che mi aiutasse a dipanare i fili troppo, troppo aggrovigliati. E mi insegnasse a prendere fieramente per mano la fata turchina nera come la pece e fragile come il cristallo che abita con noi e riempie il mio cuore. 

Camminarle accanto

Gliel'ho letto negli occhi, il disprezzo. Il giudizio senza appello.
Le ho letto dentro quegli occhi azzurri come i suoi capelli. Vorrei fossero azzurri anche i suoi pensieri. Vorrei non saper leggere.

Ieri le camminavo accanto e pensavo a quando la immaginavo prima che nascesse e a come, nascendo, abbia subito messo in chiaro che non sarebbe mai appartenuta a me.
Camminarle accanto è imparare a muovere passi incerti; è cadere e farsi molto male. E' rialzarsi sempre e tendere la mano, se volesse stringerla.
E' il gelo del suo silenzio mentre l'abbraccio (e continuare ad abbracciarla).
Camminarle accanto sono i suoi occhi che si fanno ancora più enormi quando li riempiono le lacrime. Camminarle accanto è rubarle un sorriso e un abbraccio mentre dorme e mi fa spazio per potermi sdraiare accanto a lei.
E' imparare a non aspettarsi nulla che sia banale. E' imparare a essere fieri e orgogliosi di lei quando si concia che nemmeno morta uscirei così.
Camminarle accanto è imparare a farsi da parte e restare a guardarla. E restare, soprattutto.
E' dimenticare il desiderio di un abbraccio (e non riuscirci).
E' ascoltare le altre madri raccontare le loro fatiche con un sorriso che dice "eh, però, io sì sono una madre fortunata, e brava, anche!, con una figlia così!"
Camminarle accanto è imparare a dirmi che sono io la madre fortunata.
Ma stasera non ci riesco.
Stasera vorrei indietro la mia bimba piccola che dorme accanto a me nel suo pigiamino di ciniglia rosa. Che mi guarda con gli stessi occhi enormi di ora, ma senza la distanza che vi trovo oggi.
Stasera vorrei indietro le parole sbagliate, i toni di voce sbagliati, i gesti sbagliati, la mamma sbagliata che sono stata, che sono. E cancellare tutto. E riscrivere tutto.
Non so essere la sua mamma. E lei non sa che strada prendere.
Non so essere la sua mamma. Ma sono la sola che può avere.
Non so essere la sua mamma. E' un dolore immenso.

Poco meno di un giorno

Poco meno di un giorno da sola in questa casa che mi sorprende sempre, quando è così silenziosa.
Poco meno di un giorno per non mancare al saluto per Cristina. Non bastano i pensieri e le preghiere che le ho inviato in questi mesi. Il suo sorriso, su quel foglio appeso ai muri della città, è ferita di una tenerezza inaspettata.
Poco meno di un giorno per scoprire legami con chi non si conosce e si sente misteriosamente vicino. E' anche mia, la paura di non saper cadere.
Poco meno di un giorno per tornare da chi si ama, per tornare al paese del cuore, ai pochi giorni che restano di questa estate senza vacanza, senza pensieri leggeri. Un'estate di corse senza fiato. Ma tanto l'estate non è per me. Attendo l'autunno.
Ecco.
E poi?
Poi le parole non dette, le mani ritrovate, i corpi intrecciati dopo troppo tempo. E ancora, le parole pronunciate come un dono, le mani che vorrebbero cercarsi, gli occhi che si frugano.
Sempre, l'amore che non si può non vivere. Anche quando non capiamo come sia potuto capitare proprio a noi.
Ieri ho riempito gli occhi di panorami nuovi, e ho desiderato cambiare strada, percorrere quelle strade che non sapevo e magari scoprire che le camminavo bene. Ho proseguito verso casa. Ma casa è dove il cuore riposa e il respiro si fa lieve.
Casa sono io, se riesco a riconoscermi.
Forse.

Estate

Aspetto ancora l'estate come da ragazzina? 

Aspetto l'estate per i miei figli che tanto la desiderano; per i sempre meno giorni da sola che mi concede; per i sempre più brevi periodi di riposo.
In un certo senso non l'aspetto più. Attendo invece, e con una certa impazienza, l'autunno. I maglioni caldi, le tazze a scaldare le mani, le giornate che si fanno più corte.
In questi giorni di casa insolitamente silenziosa e poco tempo libero da dedicare alla mia poltrona, anche i pensieri sembrano meno desiderosi di trovare ordine.
Ieri guidavo tornando dalla mia casa del cuore e pensavo a una persona che non conosco ma leggo. Pensavo che non si potrebbe essere amiche: troppo diverse. Eppure ciò che leggo di quello che non racconta scrivendo, colma i silenzi del mio non scrivere il dolore di qualche estate fa.
La cicatrice è ancora sulla mia pelle, nel mio cuore, tra i miei pensieri. Solo la sfioro più lievemente e, talvolta, con un poco di tenera saggezza.
E pensavo a come sia confortante, eppure doloroso, ritrovare il non detto, la lacerazione mai guarita, la tenacia del voler ricostruire e la consapevolezza di un amore che in qualche modo basta a se stesso, tra le righe di qualcuno così lontano e tanto vicino.
Pensavo anche a una sensazione di freschezza sulla guancia. Quella che può regalare solo una mano riconosciuta e ritrovata. E che in qualche modo misterioso non si perderà mai.
Pensavo a una merenda nel caldo abbagliante di una città di pianura.
Ai miei figli che mi stanno insegnando ad essere fiera ed orgogliosa del loro essere così unici e diversi. E un po' elfi blu.
Pensavo ai miei genitori. Alla fragilità che li sta cogliendo. E spero di essere capace di offrire il braccio di cui hanno bisogno.
Guidando, in mezzo a un tramonto che ho fotografato per sempre nel cuore, pensavo ad A. A come riesca a sentirne i pensieri e nello stesso tempo a non saperglielo dire come forse dovrei. Dovrei?
A F., che spero lasci qualcosa nel bosco e non porti davvero "tutto a casa".
A P., che scelgo con fatica e consapevolezza ogni giorno perché sa ancora sorprendermi rispondendo al telefono.
Alla mia inevitabile imperfezione e ai tanti miracoli che so fare, ai tanti miracoli che ricevo e a quelli, troppi, che non so riconoscere. Imparerò?

Punto

Ti ho pensato ieri?
Forse un po' più tardi dell'anno scorso.  Eppure i giorni scorsi eri così presente, che per forza avrai dovuto sentirlo, il mio pensiero che ti pizzicava...

Ho pensato, ieri, che forse sei talmente certo del mio bene, che hai pensato di poterti concedere questo silenzio doloroso. Vedi? Non riesco nemmeno ad essere così arrabbiata come vorrei, con te.

I giorni scorsi li ho trascorsi con una leggerezza che ho capito solo ieri quanto sia stata preziosa.
Non so se siano stati altrettanto belli per A., ma poter aver tempo senza fretta solo per noi due, mi ha fatto ritrovare la gioia lieve di una maternità sempre troppo di corsa. Invece noi due abbiamo bisogno di spazio, di non tempo, di colazioni che diventano pranzi chiacchierando.
Restano le fragilità, i dubbi, gli errori inevitabili. 
Restano le mani intrecciate prima di addormentarsi.
Restano la giornata di quasi vacanza e i pasti un po' troppo golosi.
Restiamo noi.

Tutto questo perché di altro non so dire.
Non so dire come mai da un po' mi senta ancora come davanti a quel quadro.
Non so dire come certi silenzi mi abbiano riportata lì. O, forse, non voglio farlo.
So che le mie sensazioni senza parole non sbagliano.
So che vivo un periodo, troppo lungo, in cui niente è facile.
So che ho forza abbastanza, ma non sempre.
So che non voglio cedere a questa non luce che taglia la mia pelle ancora ferita.
Continuo ad affidarmi al tempo del sì.
Continuo. 
Come da sola.

Un abito fuori misura. L'estate per me.

Allora provo a rubare spazi di vacanza dove la vacanza non c'è.
Ho un fiume; una montagna. Ho il vento sul terrazzo, la sera.
La fatica dei giorni si stempera al pensiero di una minuscola fuga possibile con un semplice sì.
"Sì"

Mi basteresti?

"Io te vurria vasà - sospira la canzone
ma prima, e più di questo, io ti vorrei bastare
come la gola al canto e come il coltello al pane
come la fede al santo io ti vorrei bastare.
E nessun altro abbraccio potessi tu cercare
in nessun altro odore addormentare,
io ti vorrei bastare.
Io te vurria vasà - insiste la canzone,
ma un po' meno di questo io ti vorrei mancare,
più del fiato in salita,
più di neve a Natale,
più di benda su ferita,
più di farina e sale.
E nessun altro abbraccio potessi tu cercare
in nessun altro odore addormentare.
Io ti vorrei bastare."

(E.De Luca)

(Io ti vorrei bastare. Allora tu mi basteresti?)

Io

Le mie foto
penso troppo e rischio di dimenticare di essere felice.
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