Pane e poesia

Grata. Per questo giorno. E per tutti i pensieri che ogni giorno mi salvano.


Penso che in questo momento
forse nessuno pensa a me nell'universo,
che solo io mi penso,
e se morissi ora,
nessuno, neppure io, mi penserebbe.

E qui inizia l'abisso,
come quando mi addormento.
Sono il mio sostegno e me lo tolgo.
Contribuisco a rivestire tutto di assenza.

Sarà per questo
che pensare ad un uomo
assomiglia a salvarlo
.

(Roberto Juarroz)



Lacrime

Quale dolore è tanto intenso da non riuscire a piangerlo?
Forse un urlo di rancore che investe come tempesta notturna senza nemmeno la luce di un lampo: mi hai rovinato la vita.
Forse la sentenza tagliente di una ragazzina ferita e arrabbiata: hai sbagliato tutto.
Perché piangessi, non riuscirei a smettere.
Resto qui. Attendo che decidano cosa farne del mio amore sbagliato, inadeguato, incapace.
Sono qui, ho detto. Quando vuoi.

Se il dolore non fosse questa spina...

Se il dolore non fosse questa spina,
questa lunga dorsale della vita
forse non saremmo altro che niente,
e dobbiamo ringraziare
che ci venga a visitare e ci porti
notizia delle cose

(D.Piccini)

Il nido

Un nido tra i rami ancora spogli.
Mi sento un po' così: come se il vento potesse portarmi via; come se gli sguardi potessero vedere oltre quello che vedo nello specchio; come se non ci fosse più un posto sicuro e mio.
Cambiano le fatiche. Speravo di alleggerirle. Cambiano e restano.
Quando cerco trovo. Devo ricordarmi di non cercare. Trovare fa quasi sempre male.
A volte so quello che non vorrei sapere. Perché lo sento. E quando lo sento prima o poi ci vado a sbattere. Dovrei ricordarmi di non sentire.
Tocco la mia inutilità. Il mio non esserci è meglio della presenza che impongo.
Aspetto parole che non ascolterò. Non bastano i gesti lasciati cadere come fossero normali. Non basta il passare dei giorni.
Fuori la primavera si lascia annusare.
Amo la luce della sera, che sembra non voler cedere il passo al buio.
Amo il mattino presto, l'aria ancora fredda che promette tepore.
Amo i contorni nitidi e i cieli che sospendono il respiro per lo stupore di tanta bellezza.
Leggo. E cerco nelle parole che altri hanno scritto per me, le parole che non sento, gli affetti che non avrò.
Perché è la banalità di un bene piccolo e quotidiano, scontato e ripetuto ma detto, pronunciato, dichiarato, che mi manca. Tanto.





Ti scrivo da vicino, come se la mano

Ti scrivo da vicino, come se la mano
ti fosse oggetto breve affiorato,
come se dalla strada ti arrivasse
la piccola certezza per l’acquisto
dei minuti seguenti. Da vicino
come il sole, come la cicala.
Come un silenzio pieno
che ti venisse agli occhi di mattina
e amarti fosse l’abito
scelto al cominciar del giorno.
(Pedro Talmen)

Giorni

Alcuni silenzi sono più difficili di mille parole.
Eppure ci si abitua. E il rischio è di non saper più parlare.
Alcune parole feriscono come colpi inferti con l'accetta su un corpo inerme.
E non c'è medicazione che aiuti a sanare la ferita. Nemmeno il tempo riesce.
E' la continua consapevolezza della piega delle labbra.
E' la continua consapevolezza dello sfuggire dello sguardo.
Alcune parole sono difficile da dire.
Scusa, per esempio.
Aspetto

Sono io?

Quello che ho sono io.
Quello che ho siete voi.
Quello che ho è sapermi alzare tutte le mattine. E notare come cambia la luce con il mutare delle stagioni.
Quello che ho sono le parole che posso leggere; le parole in cui so perdermi.
Quello che ho è l'altrove che ancora riesco a trattenere.
Quello che ho sono le primule qui davanti a me: talmente belle da non bastare allo sguardo.
Quello che ho sono le piastrelle rosse della mia cucina, che mi piacciono tanto da farmi pensare che non saprei cucinare senza.
Quello che ho è il magone di alcuni giorni; da accogliere e poi riporre.
Quello che ho è la nostalgia di tanti, il sentirmi sola, l'inadeguatezza da sempre, la paura.
Quello che ho è il desiderio di preghiera. E la Provvidenza.
Quello che ho sono io.
Quello che ho, sono io?

Io

Le mie foto
penso troppo e rischio di dimenticare di essere felice.
macabea. Powered by Blogger.