Il giorno del Ringraziamento

Da alcuni anni ho un quadernetto dove annoto, ogni giorno, un accadimento, una presenza, una parola, un gesto, per cui ringraziare la giornata appena trascorsa.
Alcuni giorni non è facile trovarne una. In quei giorni annoto i nomi di chi amo. E non è poco!
Oggi è l'occasione per dire un grazie più meditato.
Grazie a te
Perché mi hai dimostrato che nonostante tutti i nostri tentativi di distruggerlo, il nostro amore basta a se stesso e continua a regalarci il miracolo che siamo.
Grazie ad A e F
Perché hanno regalato alla nostra famiglia la gioia del loro stupore, la scoperta del loro essere altro da noi pur essendo parte dei nostri cuori. Perché in loro ci riconosciamo. Perché chiedono di imparare forme d'amore che non avremmo mai conosciuto senza di loro.
Ai miei genitori
Perché mi amano. Perché non sempre sento questo amore come una libertà, ma sempre ho saputo di potervi contare.
Alla mia nonna
Perché sei nel profumo delle torte che preparo per la mia famiglia. E perché mi manchi tanto.
Alle amiche
Quelle che rivedo con gioia dopo tanto tempo e sembra sia stato solo ieri.
Quella che ho incontrato da grande e mi stupisce per la cura con cui mi vuole bene.
Quelle che mi hanno insegnato a dire "ti voglio bene" a un'amica.
Quelle che incontro per caso, di corsa, e riescono sempre a dire la parola giusta per farmi sorridere.
Agli amici
Quelli che sono stati un po' fidanzati; quelli che avrei voluto fossero un po' fidanzati; quello che mi ha dato il primo bacio e quello che non mi ha baciato mai.
Quello che ha lo sguardo lieve sul mondo che talvolta mi manca.
Quelli che pensavo amici e invece, forse, loro no...
Alle parole
Lette, ascoltate, pronunciate, taciute.
Ai cieli pieni di nuvole.
A Dio.

Sul mio comodino

Leggere in parallelo Pamuk e Hardy. Lo sguardo lieve amorevole sul mondo e le tenebre anche dove dovrebbe esservi gioia. Forse la felicità è adesso. Basterebbe saperla scorgere. Forse.
Di certo alcuni libri non finiscono quando si chiudono.

Buio a mezzogiorno

Capitano giorni di buio a mezzogiorno.
Capitano giorni che si vorrebbero attraversare dormendo un sonno senza sogni e senza fine.
Capitano giorni in cui tutto va come non dovrebbe andare; giorni che infrangono le speranze, per quanto faticose; che cancellano i progetti, per quanto complicati.
Capitano giorni che ti mettono spalle al muro, senza nemmeno la forza di cercare lacrime a sfogare l'amarezza, la delusione, il senso indescrivibile di impotenza. E di rabbia.
Capitano.
E non passano. Almeno così sembra: non vogliono passare.
Capitano giorni che sembrano senza speranza alcuna e che poi uno spiraglio per un respiro di minuscola, grandissima gioia lo lasciano passare.
Allora chiedo un bacio a mio marito e, forse, la mia voce non è quella di sempre, perché A, con la sua capacità di vedere oltre il reale e il qui, mi chiede se sono triste. Le mento per tranquillizzarla e lei sta al gioco. E poi mi abbraccia. Lei, così parca nel mostrare il suo enorme fragilissimo cuore.
Allora vado a sfinirmi ai colloqui con i prof. di F e mi commuovo. Perché i suoi voti sono poca cosa rispetto a quello che di lui mi raccontano tutti, compresa la prof di matematica che ha sempre sottolineato le imperfezioni, di F, e mai il suo modo di essere.
Capitano giorni che non vorrei. Che non voglio, ma ai quali non posso sottrarmi.
E questo stesso giorno che ho odiato e che mi ha ferito mentre già sono terra mi porta una consolazione ancora una volta data dall'amore di chi ho accanto.
Non basta a salvare questo giorno.
Basta a non lasciarlo andare.

Fermarsi. Respirare

Non è tempo.
Di fermarsi. Di respirare. Di sedere e semplicemente stare.
E' invece il tempo di una fatica che esige determinata resistenza.
E' il tempo di ferite inferte con mira precisa e puntuale e voluta. E cattiva.
Tutti i giorni. Ogni giorno.
Ecco perché il mio corpo mi ha parlato in modo tanto chiaro.
La mente sa. La ragione sa. Il pensiero sa.
Ma questo non sempre basta a proteggere il mio cuore, il mio respiro, la mia pelle, da chi prende la mira e colpisce.
Sono qui, a cercare di focalizzare energie e pensieri su quello che di positivo uscirà da tutta questa follia paranoica che sta cercando di contagiarmi e colpirmi.
Sono qui. Mi lascio colpire e poi mi rialzo. E alzandomi trovo le braccia di chi mi ama a stringermi.
Braccia forti e braccia fragili. Le nostre. Tutte.
Allora non c'è cattiveria che potrà davvero restarmi addosso.
Perché chi colpisce non sa, non può e non potrà mai sapere, del miracolo che possiedo quando esco di qui ed entro nella mia vita.

Un passo di lato

Un passo di lato.
Provo a restare qui. A osservare il tuo camminare incerto; il tuo respiro irregolare; il tuo cuore che sembra sempre troppo gonfio o troppo vuoto.
Un passo di lato.
Provo a camminare con te. A guardare verso il tuo orizzonte; a cercare di essere sponda perché gli inciampi che incontrerai non siano troppi o troppo dolorosi.
Un passo di lato.
Provo a camminare con te. A volte ti prendo la mano. Mi sembra sempre un miracolo, la tua mano. Di una morbidezza che descrive quello che non vorresti svelare.
Un passo di lato.
Provo a camminare con te. A sentire, intuire, quasi mai capire; ascoltare, condividere, stupire.
Un passo di lato.
Provo a camminare con te. A lasciare spazio ai tuoi passi incerti e decisi; al tuo cercare e nasconderti e svelarti; al tuo andare e tornare.
Un passo di lato.
Provo a camminare con te. A cercarti nelle pause del respiro, in uno sguardo che fugge, in un gesto che ci somiglia ed è anche solo tuo.
Un passo di lato.
Per amarti come so.

Capitano giorni

Capita di attraversare i giorni come un tunnel buio, senza vedere la luce in fondo, pur sapendo che deve pur esservi, prima o poi.
Capita di aver paura, di temere di non riuscire ad arrivare, di non avere abbastanza fiato per correre, abbastanza forza, abbastanza coraggio.
Capita di non poter che attraversarlo, il tunnel. E il coraggio, la forza, il fiato, di doverli trovare per forza.
Capita.
Capita di non uscire dal tunnel ma di trovare, in un punto non precisato della corsa, una finestra di luce e di aria; una panchina per riposare e prendere fiato; un momento per dirsi che la paura si domina, se non si riesce a vincere.
Capita di incontrare una mano tesa e di afferrarla e sentirsi meno soli e meno impauriti.
Capitano giorni inaspettati che portano un regalo minuscolo e prezioso. Perché il valore del gesto è molto più di ogni altro.
Capitano giorni di bruma su acque lente e di cieli leggeri su colline morbide.
Capita di inciampare in risate dimenticate e in chiacchiere profondamente inutili e perciò bellissime.
Capitano giorni. Capitano notti.
Vivere il tempo per come ci attraversa o attraversarlo per come ci viene incontro.
Capitano pensieri che non si riescono a riordinare. Sono troppi, più confusi del solito, tanto complicati da paralizzare. Ma non c'è spazio né possibilità per il restare fermi. Allora capita di scoprire che si è anche capaci di azzardare la corsa e avvicinarsi alla luce, là in fondo. C'è sicuramente.

"La parola non salva, talvolta sogna"

Colpita al cuore da questo verso che chiude una poesia di Bonnefoy, ci penso da quando l'ho letta, stamattina.

Stasera accendo il pc pensando di scrivere qualcosa per la fata turchina punk che abita con noi. Qualcosa che serva a me per alleggerire i pensieri e il cuore e provi a mettere ordine nel groviglio che sento dentro; qualcosa che la mia fata turchina non deve leggere. Qualcosa di confuso così come sono e come sto facendo.
Ritrovo invece, in una cartella dimenticata, alcune pagine scritte diversi anni fa. Forse per questo blog. Non le ho nemmeno riconosciute come mie, visto che mi sono sembrate perfino belle: strano, solitamente quando mi rileggo cancello. Anche quello è un non riconoscersi.
Leggo parole scritte e dimenticate e ne aggiungo di nuove. Poi ritorna il verso di Bonnefoy.
Mi ha colpita al cuore perché ripeto spesso di essere stata salvata dai libri. E lo credo fermamente.
Cadere dentro una storia e portamela lungo il giorno in attesa di un nuovo incontro appena possibile, è sempre stato il mio rifugio segreto. Trovare nelle parole di altri il mio pensare, il mio sentire, il mio sguardo, lo stesso battere del cuore. Accompagnare la punteggiatura con il respiro e scoprire i pensieri che seguono il ritmo di quella narrazione anche nella realtà. Questa, da sempre, la mia psicanalisi.
Le parole che ho letto stasera, che avevo scritto chissà quando e chissà perché, invece, sono sogno e non salvano. Riportano sensazioni che non so ben riconoscere e non so bene dove riporre e se riporle o, invece, riprenderle in mano.
E la psicanalisi che vorrei, in questi giorni, è quella di qualcuno che mi aiutasse a dipanare i fili troppo, troppo aggrovigliati. E mi insegnasse a prendere fieramente per mano la fata turchina nera come la pece e fragile come il cristallo che abita con noi e riempie il mio cuore. 

Io

Le mie foto
penso troppo e rischio di dimenticare di essere felice.
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