...i miei sogni defluiti come acqua...

"Tutti i miei castelli d’aria si sono sciolti come neve,
tutti i miei sogni defluiti come acqua,
di tutto ciò che ho amato mi rimane
un cielo azzurro e qualche pallida stella.
Il vento si muove piano tra gli alberi.
Il vuoto riposa. L’acqua è silenziosa.
Il vecchio abete sta sveglio e pensa
alla nuvola bianca baciata in sogno."

Rubo le parole di Edith Södergran, perché non ci fosse la poesia non saprei cosa dire.

Di questi anni così privi di ossigeno se non in rari momenti regalati e subito persi.
Di questi anni in cui mi sembra di non saper dire, non sapere vedere, non sapere quali gesti compiere.
Di questi anni in cui forse dico troppo, vedo troppo, mi muovo troppo.
Ho il cuore gonfio di desideri che non so mettere da parte né realizzare. La mia zavorra che impedisce a questo giorno di scivolare senza peso tra i miei confusi pensieri e tra i miei inutili gesti.
Chiudere gli occhi per il troppo sole. E dormire. Fino al prossimo maggio. O anche più in là.

...ma tu partivi sempre la sera prima del mio arrivo

"A cosa mi è servito correre per tutto il mondo,
trascinare, di città in città, un amore
che pesava più di mille valigie; mostrare
a mille uomini il tuo nome scritto in mille
alfabeti e un’immagine del tuo volto
che io giudicavo felice? A cosa mi è servito

respingere questi mille uomini, e gli altri mille
che fecero di tutto perché mi fermassi, mille
volte pettinando le pieghe del mio vestito
stanco di viaggi, o dicendo il tuo nome
così bello in mille lingue che io mai
avrei compreso? Perché era solo dietro a te

che correvo il mondo, era con la tua voce
nelle mie orecchie che io trascinavo il fardello
dell’amore di città in città, il tuo nome
sulle mie labbra di città in città, il tuo
volto nei miei occhi durante tutto il viaggio,
ma tu partivi sempre la sera prima del mio arrivo."

(Maria di Rosario Pedreira)

Con il sole negli occhi

Imparare a camminare con passo lieve.

Per andarsene con soave leggerezza.
Imparare il respiro sereno.
Per andarsene con un sospiro di dolcezza.
Imparare il battere lento del cuore.
Per andarsene come danzando su un rigo di musica nuova.
E in tutto questo una mano a chiudere gli occhi, accarezzare la fronte.
E due labbra a baciare la pelle morbida di chi può finalmente riposare.
La morte s'impara vivendo?

Pensieri come sempre confusi. E il silenzio

In questo maggio che sembra novembre, sono tornate le colombe. Come ogni anno provano a fare il nido lì dove il nido proprio non ci sta.
Tutta la mattina lavorano senza sosta (il pomeriggio chissà dove vanno...). Lui avanti e indietro cercando di trovare posto sicuro ai ramoscelli che porta nel becco; lei a guardarsi intorno, proprio come se riuscisse già a vederlo il nido che lui le costruirà.
Ogni anno falliscono nell'impresa: lì, tra il tetto e la tenda, lo spazio non basta.
Cosa li fa insistere, anno dopo anno, prima di comprendere e andare altrove?
Cosa ci fa insistere ad amare spazi che non abbiamo, luoghi che non ci appartengono, progetti che non compiremo?
Leggo che le non scelte determinano la nostra infelicità, la colpa della quale, quindi, è solo nostra.
Cosa ci impedisce di scegliere, di compiere il passo che sappiamo, di chiudere una porta e prendere la strada?
Giorni senza luce.
Sarà questo improbabile cielo novembrino. Saranno i gesti mancati che disegnano i confini del mio non essere. Sarà la consueta distrazione che dovrei aver imparato e che invece mi ferisce ogni volta. Sarà il non poter condividere il pensiero di un dolore mai guarito. Saranno le parole che tagliano e il cerotto che non viene offerto a chiudere la ferita.
Cosa mi fa resistere, restare, alzare la mattina?
La non scelta può essere una scelta di coraggio? E in questo caso sarà davvero inevitabile l'infelicità?
Giorni di occhi lucidi dietro gli occhiali scuri.
Sarà la stagione. Saranno pensieri che tornano e non se ne vogliono andare.
Sarà il cuore, che batte al ritmo irregolare di un respiro incerto. Sarà il poco sonno. E la perdita del sogno.
Ho necessità di piangere tutte le lacrime del mondo, non solo le mie. Di passare dalla mia pelle tutto il dolore che non so piangere.
Ho necessità di affogare nelle mie lacrime. E che qualcuno le raccolga senza aspettare che il tempo le asciughi.
Ho necessità di gesti minuscoli che consentano alla mia voce di non tremare, alle mie mani di non tremare, al mio respiro di non tremare.
Ho necessità di camminare a occhi chiusi sapendo che c'è chi non mi lascia cadere.
Ho necessità di un abbraccio che non finisca. E di riceverlo senza chiederlo, solo perché lo sai, che ne ho necessità.
Ho necessità di lasciarmi andare alla corrente e non pensare, non pensare, non pensare.
Ho necessità di chiudere gli occhi e trovare riposo e quiete e di riaprirli, gli occhi, su giorni lievi.
Ho necessità di leggere parole belle, e scriverne di confuse.
Ho necessità di ritrovarmi.

Ogni anno guardo le due colombe che cercano di fare il loro nido in un posto che non c'è.  Bevo il mio caffè di metà mattina e sorrido, guardandole. Mi piace pensare che siano sempre le stesse a tornare anno dopo anno.
Stamattina ho incrociato lo sguardo della femmina. Ci siamo capite: pensava a dove riparare i piccoli che verranno, a quale fosse il luogo più sicuro.
Se mi commuovo incrociando lo sguardo di una colomba; se mi commuovo quando per strada incontro una coppia di anziani che camminano tenendosi la mano; se mi commuovo aspettando il mio turno mentre una giovane coppia sceglie l'anello di una promessa; se mi commuovo alla tenerezza di un bimbo che potrebbe essere il mio che non è stato; se tutto questo non ha possibilità di essere detto, resta il battere confuso del mio cuore. E il mio silenzio che non sa sciogliersi.
E il desiderio di acqua intorno a me.


Stagioni

Pensavo.
Delle stagioni non serbo ricordo.
Io, che amo il profumo della pioggia, i cieli mutevoli, il cambiare del viale, il primo giorno senza calze e quello del primo maglione, non ricordo se l'inverno appena passato, e che è tornato per un ultimo saluto, è stato particolarmente freddo, o mite; se la scorsa estate è stata faticosamente calda o di un piacevole tepore; se davvero le mezze stagioni non ci sono più.
Delle stagioni, di cui pure non potrei fare senza, non serbo ricordo. Forse perché le vivo nel presente; forse perché non le incornicio come foto di momenti da ricordare; non le attendo se non per come arrivano.
Forse perché sono il mio oggi, senza ieri e senza domani.
Fosse così anche per i pensieri. E il cuore.

Verde

Il verde sulle montagne si fa più nuovo.
Desidero, voglio, un uomo che mi ami a modo mio.
Che mi regali dei tulipani gialli senza una ragione; che mi lasci un bigliettino di buongiorno sotto la tazza della colazione; che ascolti i miei desideri e non resista alla tentazione di realizzarli.
Un amore che canti, per me. Che capisca i silenzi e le parole non dette; che sorrida pensandomi e rida sentendo che faccio lo stesso pensandolo.
Voglio un uomo che accolga le ostilità e le distanze e le trasformi in abbraccio rotondo.
Voglio un amore facile. Che scivoli sulla pelle come un pensiero leggero.
Lo voglio verde, come delle montagne che mi hanno stupita stamattina.
Voglio traboccare di stupore.
Voglio sentirmi sazia e affamata da tanta attenzione.
Voglio permettermi il coraggio dei desideri.
Voglio un amore verde.

Purity, Jonathan Franzen

Amo leggere Franzen anche per una ragione estetica: i suoi libri hanno molte pagine e richiedono tempo. Non sono i libri che porto nella borsa e leggo mentre attendo. Sono libri che mi aspettano sul comodino, o accanto alla mia poltrona preferita, a casa. 
Purity racconta di una famiglia inconsapevole e lo fa intrecciando più storie dentro la storia, facendo intuire il percorso dei protagonisti e poi sorprendendo con destini non prevedibili. Fornisce al lettore moltissimi indizi, ma poi lo porta a considerare ogni volta un diverso punto di vista.
Non saprei nemmeno dire chi è il protagonista della storia. Se la Purity del titolo, in balia di adulti confusi più di lei, o Andreas Wolf, il “Grande Fratello” alla ricerca di una purezza impossibile. Se Tom e Leila, che del giornalismo coerente hanno fatto la loro ragione d'essere, o la madre di Purity, che si cela al mondo nel desiderio di una moralità assoluta.
Tutti hanno modo di raccontare la propria storia, legata a quella degli altri. Tutti provano a migliorare un mondo che non gli piace. Tutti sbagliano, cadono, feriscono, si rialzano, ingannano altri e sé stessi; tutti escludono e coinvolgono; tutti cercano un appiglio per salvarsi.
Amo leggere Franzen perché racconta una storia prendendo e pretendendo tutto il tempo necessario. Perché tra le sue pagine si ritrova il romanzo ottocentesco. E perché scrive bene. Benissimo. Senza virtuosismi ma con la passione di chi le parole le ama, le conosce, le sceglie e le rispetta.
In questo suo ultimo libro, poi, mi è parso meno teso a dimostrare la propria intelligenza, il proprio talento di scrittore. E' un libro meno cinico, forse più disperato.
Ieri sera ne ho letto l'ultima pagina, ma il libro resterà ancora per un po' sul mio comodino.

Io

Le mie foto
penso troppo e rischio di dimenticare di essere felice.
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