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Insonnia

Svegliarmi con la pioggia. Addormentarmi con la pioggia.  Uscire con l'ombrello e dimenticare di aprirlo: se la pioggia è leggera basta un cappello. Questi i miei desideri per domani dopo due meravigliosi giorni illuminati da un sole radioso.  Perché? Perché sto meglio quando piove? Cosa c'è, nel profumo della pioggia, che mi fa stare bene?  Non è la malinconia. È il suono: quello che mi fa sentire parte di un'orchestra. È il profumo: diverso per ogni stagione e per ogni città; perché è nella pioggia che le città si riconoscono. Macabea sta imparando a far scivolare con garbo queste ore notturne in cui non dorme. Dormirà quando arriverà la pioggia. Che potrebbe anche avere il tuo viso.

Attendo

Nessun desiderio è pronunciabile senza provare vergogna anche solo per averlo pensato. Perché le fatiche che si ascoltano pesano come quelle che si vivono e anche di più. Macabea sembra non riuscire a leggere, a scrivere, forse anche a pensare. Attraversa questi giorni caldi e silenziosi con la gratitudine del tempo che dopo essere stato tanto denso ora è a tratti vuoto. Abita una casa troppo in ordine, aspetta che torni a riempirsi. Nel mentre aspetta. Mi siedo qui, sulla soglia dei miei pensieri vacui. Attendo. 

Aprile è il più crudele dei mesi...

“ Aprile è il più crudele dei mesi, genera lillà dalla terra morta, mescola memoria e desiderio, desta radici sopite con pioggia di primavera” Macabea fatica a dare ordine, e sintesi, ai suoi troppi pensieri; sente che alcune relazioni si stanno sfilacciando e non sa se ha voglia di riannodare i fili spezzati. La Pasqua le ha portato la sorpresa di un insolito silenzio; di Dio, soprattutto, e di alcune voci non più così vicine. Soprattutto da quando tutto è stato travolto dalla fragilità, Macabea cerca relazioni corrispondenti. Non può permettersi di essere la sola a cercare, a provare a costruire, a mantenere, perché deve riservare la sua capacità di accudimento e cura a chi ne ha più bisogno. E se stessa. Macabea si sente dimenticata da Dio, con il quale ha sempre avuto una relazione burrascosa ma oltremodo viva. Ora lui si nasconde, non la cerca, si nega. Come un amante svogliato, un amico distratto, e proprio quando Macabea avrebbe più necessità di ascolto e accoglienza. L...

Invece il freddo

 Basterebbe poco, un gesto piccolo, una parola breve.                                                                     Basterebbe un pensiero che si facesse sentire, caldo come la coperta che lo sostituisce per trovare il sonno, un sonno abitato da troppi sogni troppo faticosi.                                                                  Basterebbe uno sguardo che si fermasse un solo istante nel mio, una mano a spostare i miei capelli dagli occhi.                                                        ...

Domani?

Mi dediche le carezze distratte e di passaggio e la mia pelle si ritrae. Non sono il cucciolo di casa. Il nostro letto è diventato enorme. Contiene tutto lo spazio che la nostra casa non ha. Impossibile raggiungerti. Mi riservi il silenzio delle risposte che non dai ai miei discorsi noiosi. Ed è la risposta più assordante ai miei infiniti soliloqui. La strada percorsa insieme, i giorni attraversati. Ieri. L'oggi. Domani?

Chi ama si arrende

 Chi ama si arrende. A ciò che il suo Amore è. A ciò che non può essere. Macabea non sa se sarà capace di arrendersi.

Cosa rimane

Una pasqua vissuta nel silenzio. Le strade vuote. Piazza San Pietro vuota. Francesco in silenzio. Dio che non c'è. Silenzio anche di parole che non si trovano, di pensieri che non si sanno esprimere o, forse, semplicemente non se ne ha voglia. Hanno suonato le campane, domenica: tutte le chiese della città insieme. Un silenzio assordante. Eppure. Macabea pensa che alcuni momenti di baratro profondo in cui precipita senza mai arrivare a cadere veramente, siano dovuti a disordini ormonali che la spaventano molto perché fuori da ogni suo possibile controllo. Se ne rende conto dopo, quando si placano un po'. Resta la lucidità di quei momenti, perché Macabea pensa che siano quelli i momenti più sinceri. Come quando, da arrabbiati, si lasciano andare i pensieri, e le parole, a briglie sciolte: si pronunciano parole inappropriate e con toni sbagliati, ma le parole - e i pensieri che svelano - sono autentiche. Resta, allora, la consapevolezza di una solitudine incolmabile; dell...

Mancano le parole

Macabea ha bisogno di parole. Sono le parole che la tengono insieme e, adesso, avrebbe bisogno di parole pronunciate, perché quelle pensate nel suo continuo soliloquio sanno solo ferire e riaprire ferite mai curate. Macabea vorrebbe poter chiedere scusa e vorrebbe poter perdonare. Sembra però sia la sola, ancora una volta, ad avere questa urgenza di parole che tracciano una strada nuova. E così tace e non sa dove posare lo sguardo, non sa dove riposare; dove poter lasciar andare le lacrime finché non finiranno (e così non finiscono). Macabea non ha più respiro, non ha più battere del cuore. O, forse, ha troppo respiro. E troppi battiti, per tenerli tutti a bada. Prova a nascondersi tra le pagine di qualche libro, in un altrove sempre più difficile da preservare. Non esistono più i mondi paralleli che la salvavano quando era bambina. Intanto si accontenterebbe di un abbraccio rotondo in cui poter provare a riposare almeno un po' da se stessa.

Ti ascolto mentre mi ascolti

Chiediamo di essere ascoltati. Più raramente ascoltiamo. Non c'è tempo, siamo stanchi, di corsa, distratti. E quando siamo noi, a desiderare ascolto, ci accorgiamo di quanto sia raro trovare accoglienza. Ho chiesto ascolto e ho trovato disponibilità distratta che si è tradotta in nulla. La ferita è stato vedere come la distrazione trovasse tempo per tanto altro. Ho chiesto ascolto e ho trovato disponibilità sincera. E mi sono spaventata. Perché non è facile coinvolgere gli affetti nelle proprie fatiche. C'è pudore, un po' di vergogna, anche. Perché ci si pensa allo specchio e il coinvolgimento che possiamo immaginare a parti inverse sappiamo essere altra fatica. L'ascolto è arte raffinata. Ci chiede di spogliarci dei nostri abiti e contemporaneamente avere una coperta per accogliere. Sospende il giudizio e spesso anche le opinioni. E' gratuito ed è completamente altro da noi. I miei figli sono abilissimi nel chiederlo quando sono esausta. E forse sanno che è i...

Invisibile

L'invisibilità mi accompagna da sempre e quando penso di aver in qualche modo raggiunto concretezza nei giorni di qualcuno che non dipenda da me, una parola non detta o pronunciata di fretta, uno sguardo altrove da me, mi ricordano chi sono e qual è il posto che occupo in quei giorni. "....E, forse, unico diletto: con le dita  di Bach sfiorare l'organo senza turbare l'eco. Disfarsi senza lasciare cenere  per l'urna. ... Nel tempo come nell'oceano insinuarsi - senza allarmare le onde..." (Marina Cvetaeva)

Stasera, altrove

Quanti respiri si trattengono tra un pensare e un non fare? Quanti pensieri si chiudono in un cassetto la cui chiave non si può perdere, tanto è ben custodita? Quanti passi prima di arrivare in cima, la luna che sorge da una parte, il sole che tramonta dall'altra? Quante sere a sentirsi sempre un po' fuori posto, un po' lì per sbaglio? Quante le parole non dette ho ascoltato e quante non ne ho pronunciate perché potessero essere ascoltate? È un'ultima sera tra tante. Un po' di malinconia, il desiderio di parole sotto la luna, davanti al profilo scuro delle montagne. Il silenzio di questo non luogo stasera è ciò che non vorrei. È quello che ho: mi abbraccio. Sono qui. Resto qui.

Ti credo. Anzi no.

Il desiderio di pace mi chiede di crederti. La mia pelle mi impone prudenza. Talvolta un respiro s'interrompe a metà: sono certa che è quando lei bussa alla tua porta. Non riesco a comprendere quanto vuoi davvero chiuderla, quella porta, visto che finora non l'hai fatto; nemmeno quando te l'ho chiesto. Non riesco a crederti come vorrei e temo che non ci riuscirò mai più. Mi sai dire se ci si abitua, a questo tarlo che rode e consuma i pensieri e respiri?

Te lo dico così

"A volte il silenzio dice quello che il cuore non avrebbe mai il coraggio di dire". Banale citazione di Alda Merini, ma non so come altro dirtelo. Vienimi a cercare. Convincimi di aver travisato. Convincimi che il mio sentire questa volta ha sbagliato. Oppure dimmi anche che non ho sbagliato, ma che tu sei qui. Che resterai qui perché è quello che vuoi. Che non ci saranno altri sentire, perché sono io quella che vuoi. Vienimi a cercare. Parlami e costringimi a parlarti. Solo tu puoi aggiustare i mille frammenti di cui mi sento scomposta. Ed è questo tuo lasciarmi così, in frantumi silenziosi, che continua a ferire e rende sempre più debole la possibilità di tornare a casa. Vienimi a  prendere, quando mi perdo nei miei sogni tra il sonno e la veglia. Rendimi la voce che ho perso. Vieni a cercarmi. Trovami.
Macabea, da alcuni giorni, parla poco. Perché le fanno notare che la sua voce arriva con il tono sbagliato, le parole sbagliate, i gesti sbagliati ad accompagnarle. Prova a limitare la sua voce allo stretto necessario per non infastidire chi è costretto ad ascoltare. Non ha che la sua voce, le sue parole, i suoi gesti. E non ne desidera altri. Non vorrebbe nemmeno orecchie differenti ad ascoltarla. Solo orecchie che non pensassero di sapere già cosa ascolteranno. In passato hanno detto a Macabea quello che era, ma lei non era quella che raccontavano. Gli anni le stanno portando la consapevolezza del suo tratto, della sua voce. E se a qualcuno questi tratti e questa voce non piace, lei non cambierà. Non impone la sua presenza, Macabea. Tace. E si muove nei gesti quotidiani e soliti. Quelli indispensabili nonostante il caldo che non le piace e la rende insofferente a tutto ciò che non è necessario. Non lo so se il silenzio è apprezzato. Non capisco nemmeno se sia stato colto per qu...

Piccoli esercizi di felicità quotidiana. 23

I giorni sono diventati settimane e le settimane si sono trasformate in mesi. Non in un soffio o in un battito di ciglia, piuttosto in un respiro trattenuto tanto a lungo da battere qualsiasi record di immersione. Il silenzio di questo non luogo è stato riempito da pensieri come sempre sconnessi, confusi; troppi. Il tempo di oggi, è tempo sottratto al dovere, tempo che non ho e che mi prendo con il proposito di tornare a farlo con la regolarità che serve alla cura. In questo caso la cura di me. Lasciare che sbiadiscano i contorni che altri mi disegnano sulla pelle. Trovare il mio tratto e pronunciarlo con consapevole fierezza. Concedermi regali minuscoli che nessun altro noterà. Raccontarmi dove la voce suoni come desiderata. Gentilezza. Resilienza. Tenacia. E poi smettere di pensare che il miracolo accadrà e diventare il miracolo di me stessa. Detto questo, sono pronta per un nuovo autunno.

Caro Te

Caro Te. Abbiamo scelto di non dare nome ai gesti, alle conversazioni, al gioco di queste ultime settimane. Sappiamo bene, entrambi, che i nomi rendono reali le situazioni e abbiamo scelto, in un muto comune accordo, di preservarci da un dolore che a pronunciarlo sarebbe stato senza ritorno. Caro Te. Che non riconosco nel disegno che di te ho tracciato, in tanti anni. Nel racconto che tu mi hai narrato, in tanti anni. Che mi fai un po’ tenerezza e un po’ rabbia nel tuo facile aderire ai luoghi comuni che hai sempre irriso negli altri: dell’età, dell’appartenenza di genere.   Caro Te. Che hai intuito il mio sapere e maldestramente provi a tacitare il mio sentire e il mio dire composto da parole sconnesse, all'apparenza; pronunciate nel buio per non rischiare di oltrepassare la linea di confine che abbiamo tracciato. Convinto, come sempre, che il non dire, il lasciar passare il tempo, sia la migliore scelta possibile. E che ancora, dopo tanti anni, non hai compreso che so...

Questi giorni

Quanto può sopportare un cuore? Quante volte può spezzarsi? In quanti pezzi? Quanto a lungo può battere nel gelo di un tremore incontrollato? Quanto può resistere al pensiero di un dolore così insopportabile da non volergli dare un nome? Poi ci sono le notti interminabili d'amore e parole e fughe clandestine in cucina a colmare una fame che non è di pane e marmellata: è di noi. Poi ci sono le ore a sbirciare il mutare di uno sguardo per intuirne la direzione, la paura di una lievissima sensazione di sollievo. C'è il sonno abbracciati e il risveglio ancora intrecciato. Per quanto tempo si può vivere così intensamente da sentire ogni minuto come se fosse l'unico? Per quanti giorni si può attraversare il lavoro, la casa, gli altri, come se fossero complici di una lontananza che vorremmo annullare per stare solo nel letto e trovarci e ritrovarci. Quante parole si possono dire pronunciandone altre? Quanti silenzi si possono ascoltare con l'incredula consapevolezza c...

Porte chiuse

L'illusione dei miei inutili tentativi di gettare ponti, intrecciare fili. Nessun ponte è arrivato all'altra sponda; i fili intrecciati si sono sciolti in disordinata matassa. Ho incontrato porte chiuse senza riuscire a trovare le chiavi che le aprissero. Altre sono state sbattute con violenza sul mio tentativo di varcarle. Mi sono vista diventare un punto sempre più sbiadito sulla linea di un orizzonte sempre meno interessante. Non so chiedere e non so ascoltare. L'anno che inizierà domani sarà uguale a quello che finisce oggi. Ed è un pensare intollerabile.

Perdere la voglia di sognare ancora

C'è stato un tempo, non troppo lontano, in cui questi erano i giorni dell'attesa e poi dello stupore e della gioia. Una parentesi felice in anni di malinconia e solitudine. Mi sembra non saper vedere che l'assenza, la mancanza. Nel tempo del Natale mi è sempre mancata una famiglia numerosa e chiassosa a riempire casa, soprattutto. Una mancanza colmata dalla gioia dei bambini, finché sono stati bambini. Questi sono giorni di una gratitudine cercata senza fortuna, che diventa esercizio doveroso e non quel naturale sorriso che dovrebbe essere. Comprendo tutto l'egoismo del mio sentire e non lo nego e nemmeno lo giustifico. Semplicemente attendo che passi, perché non ho strumenti né energie abbastanza da cambiarlo. Continuo a chiedere una notte che non porti al mattino. E continuo a svegliarmi senza stupore per non essere stata ascoltata. Anche l'Altrove necessario al mio respirare mi ha abbandonato; i miei desideri sbiadiscono. Gli occhi continuano ad aprirsi, il...

Un giorno mi perdonerò

Un giorno mi perdonerò. Del male che mi sono fatta. Del male che mi sono fatta fare. E mi stringerò così forte, da non lasciarmi più. (E.Dickinson) La disciplina delle ore, delle liste, dei gesti, delle parole che si compongono negli occhi e sulla pagina. Puntello i miei giorni e il mio perpetuo cadere come nei sogni che non faccio. Copro ferite con silenzi che assordano e stupide canzoni tanto allegre da fare male, oggi. Altrove la neve. Qui è sole gelato e cielo trasparente. Ho bisogno di una coperta e di caldo che accoglie.