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Ciascuno si salva da solo

Che "nessuno si salva da solo" è una menzogna. Dovrei saperlo. Dovrei aver imparato che siamo solo noi a poter salvare noi. Eppure. Eppure continuo a cercare una salvezza che arrivi da fuori, da altri. Oppure. Oppure sono punti di vista che devo riuscire a mettere a fuoco. Nessuno mi presterà la sua bacchetta magica che mi libererà da tutto il giogo per farmi finalmente assaporare una noiosa serenità. Ma ho presenze, e gesti, e cura che mi vengono donati e che mi consentiranno di salvarmi da sola. Ecco. Sono ostinatamente diritta; tenacemente attaccata alla speranza; sempre spettinata. Mi salverò. E salverò anche te, e te. E noi.

Settembre

Forse è per addolcire il ritorno che piove? Ma c'è ritorno quando i cuori sono sparpagliati in un dove che per ciascuno è differente? Macabea ha attraversato un'estate sospesa in un non tempo, senza saper trovare parole e senza cercarle per il timore di acuire il dolore, se le avesse trovate. Ha spento anche i pensieri che volessero andare oltre l'adesso per il timore di infrangere l'attesa di un domani o anche solo di un poi. Eppure Macabea sa che deve prendere una pagina bianca e riempirla della cronaca di queste settimane, di questi mesi, per liberare la voce che le impedisce il respiro. Lo farà quando in fondo alla pagina potrà mettere un punto, girare il foglio e trovare una pagina bianca ancora tutta da riempire.  Nell'attesa tace e mette in silenzio le parole che non sa trovare e i pensieri che non vuole pensare . Nell'attesa Macabea ritorna. O forse parte per ritornare.

Aspetto che passi

Macabea non legge, non scrive, a malapena pensa; non riesce più a trovare rifugio in un altrove qualsiasi. E questo non va bene, la rende ancor più in bilico sul filo del suo equilibrio precario. Forse non c’è neppure più Macabea e chissà chi è a scrivere queste parole dettate da una stanchezza che diventa sconforto. Giorni che diventano anni, troppi, gravati da impegni, inciampi e fatiche che raramente trovano tregua, sollievo e la sorpresa di un vero riposo. Forse è il momento di tracciare una linea, chiudere la porta a chiave e poi buttarla il più lontano possibile per non correre il rischio di trovarla. Ma anche questo, per Macabea, sembra un lusso non possibile. Allora mi siedo. Non mi fermo. Aspetto che passi.
 Macabea ha ricevuto in dono la grazia del sonno e riesce a dormire anche quando attraversa giorni e settimane e mesi e anni privi di prospettive anche solo vagamente luminose.  Quasi sempre. Capitano notti in cui proprio il sonno non arriva, perché le novità del giorno non sono state quelle sperate, perché le preoccupazioni pesano più della stanchezza, perché Macabea ha capito con chiarezza che questo tipo di difficoltà non possono essere condivise se non con pochissimi e con grande attenzione, perché a nessuno piace stare accanto a chi è ha necessità di denaro. Anche se lei non pensa nemmeno a chiedere quel tipo di aiuto ad altri se non a se stessa, e cerca solo una via percorribile, si sente talvolta come coloro che vengono additati come portatori di sfortune, come fosse in qualche modo contagiosa. Macabea prova a restare concentrata su ogni singolo respiro e a non pensare se riuscirà o meno a farne un altro. Su ogni singolo passo, uno dopo l'altro. Ha il timore di aver sba...

Scoglio

Forse non è vero che ci si salva da soli. Forse non è possibile bastare esclusivamente a se stessi.  Forse semplicemente non non ci si basta e non ci si salva. Macabea apre gli occhi al mattino e pensa che ancora una volta non è riuscita a farsi sentire. Ma da chi? Allora, in balia di correnti che non è in grado di controllare, allunga la mano, afferra il solo scoglio che può raggiungere e ci si aggrappa. Lo scoglio di Macabea ha una precisa altezza in centimetri e molte asperità. Non è rifugio comodo, non concede riposo, ma le sta impedendo di andare a fondo; le consente un respiro tra un'onda e l'altra. Macabea non sa se essere grata, al suo scoglio che suo non è: è semplicemente lì, a distanza di gesto che sorregge: a distanza esatta per la sua mano escoriata.

L'ultima volta che sono stata felice

Macabea usciva nel freddo del viale più ventoso della sua città, qualche settimana fa, e nel buio diceva piano "grazie". Perché aveva trascorso il pomeriggio in un luogo di lavoro accogliente e le ultime ore a conversare di parole con C che con le parole vive e lavora. Lei e C avevano chiacchierato come se fossero le amiche che non sono, perché in realtà sono compagne di liceo che camminano per strade differenti che ogni tanto si incrociano, e quando capita le parole diventano tantissime, inarrestabili e loro scoprono una diversità enorme che le unisce molto più che se si somigliassero. Quel pomeriggio avevano condiviso l'età che ora indossano e che somiglia stranamente all'adolescenza che le aveva fatte incontrare tanti anni fa; avevano condiviso parole importanti e l'idea di un progetto che non vedrà luce (ma Macabea ancora non lo sapeva) e poi, proprio mentre stava per uscire dal covo di C, Macabea aveva ricevuto uno dei doni più belli di sempre: C le aveva aff...

La stanza della Strega

 Macabea è una e tante. E' una casa con tante stanze. Alcune si aprono in altre; tutte hanno porte e finestre da aprire. Tutte le porte sono senza chiavi e tutte le finestre senza imposte o tende perché chiudere è verbo che lei non sa interpretare. C'è una stanza, nella casa che Macabea è, che la rende Strega e lei vede, e sente, ciò che non ha altra realtà possibile. Nella stanza della Strega ci sono molte finestre e da ciascuna Macabea può affacciarsi su un panorama differente. In questi giorni ha messo tende pesanti a una certa finestra e sta pensando di inchiodarne gli orli al muro per impedirsi di affacciarsi ancora su quell'orizzonte che a lei toglie il fiato e ad altri lo regala. Ha scelto, sta provando a scegliere, di far respirare e di imparare per lei respiri in apnea. Intanto è arrivato dicembre

Prenditi cura di me

Macabea si sveglia con la pioggia che accoglie con la gratitudine dell'assetato. Non ci si può sempre salvare da soli. Talvolta si ha la necessità di chiudere gli occhi e lasciare che una mano accarezzi i capelli; si sente il bisogno di un gesto che sollevi la piega delle labbra e illumini gli occhi; si desidera l'abbandono ad altri anche solo per l'istante necessario a riprendere respiro. Macabea ha bisogno di cura e non sa se riuscirà a prendersi cura di se stessa da sola.

Piccoli esercizi di felicità quotidiana. 33

Svegliarsi presto e poter evitare di accendere la lampadina scegliendo la luce, spesso rosa, che entra dalla finestra. Rinnovare la colazione. Più silenzio, per arginare le notizie che si ripetono sempre così poco luminose, per aprire un libro che si possa leggere in un tempo breve, quando gli occhi sono ancora un po' velati dal sonno.  Avere sempre un libro sottile in borsa in cui perdersi mentre si aspetta. E una matita per segnare ciò che deve restare. Condividere le notizie buone, riconoscere uno volto solo dallo sguardo e regalare (e regalarsi) l'occasione per un saluto inaspettato, tanto più partecipato proprio per la privazione della pelle. Ritrovare un'amica dopo che il Virus l'aveva invasa e trovarla più bella e consapevole e preziosa.

Sciogliersi

Si sciolgono le attese e si respira. Si scioglie un minuscolo nodo e si scopre il filo che potrebbe scioglierne un altro.  Non si sciolgono i pensieri che svegliano il mattino, non si scioglie la fatica di comprendere tutto in uno sguardo capace di abbraccio. Si sciolgono i capelli la sera sperando siano capaci di fermare solo i sogni lievi. Non si sciolgono i silenzi, le distanze, le parole lasciate cadere nell'assenza di risposta. Si sciolgono i giorni: quelli persi e quelli vissuti. Non si sciolgono i cuori che si amano. Oppure sono sciolti da sempre proprio per quell'amore che non chiede nodi. Il cielo è grigio, oggi, ma c'è una macchia di azzurro ostinato che si fa spazio. Eccomi

Piccoli esercizi di felicità quotidiana. 31

 Ecco.  Ogni giorno è un piccolo esercizio di felicità quotidiana. E' la mia resistenza resiliente al tempo che si fa sempre più difficile, alle conversazioni che ruotano sempre di più intorno ad un unico argomento, all'attesa di esiti di analisi o trattative economiche.  Come sempre trovo appigli nelle parole di altri per me. Leggo. Donne di ieri che hanno scritto e vissuto per le donne di oggi e di domani: Virginia Woolf, Simone de Beauvoir, Rossana Rossanda. Le rileggo dopo le animatissime cene dense di parole accalorate della mia giovane aspirante femminista.  Provo a non leggere i commenti ai post social: di chi amo e non comprendo, più che altro. Per lasciare intatto l'affetto: che non venga corrotto dalla distanza dei pensieri, oltre che da quella, imposta, della geografia. Raccolgo i segni. Un messaggio di un'amica che mi invita a un incontro, un corso che promette risate consapevoli; le chiacchiere intorno alla lettura condivisa e le poesie tanto belle quant...

Mangio cioccolata

Macabea ha una luce dentro. La sua non è luce che si noti molto, vive un po' in disparte, nascosta dai tentativi dell'ombra di spegnerla o fargliela dimenticare. Macabea aveva proprio dimenticato la sua luce che per molto tempo è stata con lei senza quasi che si notasse. C'era nei giorni più scuri, nei pensieri più cupi. C'è ora e sta prendendo vigore. Macabea a volte pensa che sia una luce incosciente, uno scherzo degli ormoni disordinati e confusi anche più dei suoi capelli. Altre volte le sembra che sia la sua condanna, quella luce che non vuole saperne di spegnersi anche quando ci provano in molti e con tenacia. La luce resiste e Macabea sorride dentro. Allora si tiene caro questo pensiero luminoso che accompagna le sue fatiche e quelle di chi vive con lei questo tempo indefinibile. E quando, come oggi, tutto sembra volerla spegnere e fare in modo che si arrenda alla cupezza pesante che veste troppo spesso anche coloro che ama, allora mangia cioccolata. Amara ma non...

Quasi autunno

L'estate è passata lasciando pagine fitte di parole scomposte e proprio per questo molto fedeli ai pensieri. Agosto è stato insolitamente leggero. Nessun tempo da programmare o da rispettare. Ho lasciato che la mia pelle assorbisse tanto più sole possibile. Ho lasciato che il sole riempisse anche il pensare. Ho consentito a una porta di restare sempre aperta così da poter essere un invito entrare e un'occasione per andare. Settembre non è ancora autunno, ma è denso della nebbia che ancora non c'è. E' come se mi trovassi seduta davanti a un tavolo con un puzzle di quelli impossibile da finire. Trovi il pezzo che cercavi, sembra incastrarsi con quelli vicini e poi invece ti accorgi di una minuscola imperfezione nella linea del disegno.  Eppure nonostante la lista delle fatiche aperte che non riesco a depennare, mi ha sostenuta fin qui un pensare leggero e luminoso. Anche quando ascolto le insicurezze di mia madre. Che è un'inconsapevole roccia, nella sua fragilità e c...
Riordino migliaia di foto. I ragazzi quando erano bimbi piccolissimi, piccoli e via via più grandi; buffi e meravigliosi sempre. I ragazzi che sono ora, distanti di un sottile mistero di riservatezza e autonomia; bellissimi e meravigliosi sempre. Noi con occhi meno stanchi e la pelle più liscia, i capelli senza i fili bianchi di oggi. Le persone care che non ci sono più e quelle che ci sono ancora. Riordino i ricordi. Anzi no. Li lascio scomposti e sovrapposti mentre li condivido con voi che sapete dare il suono di una risata nuova a tutto. Riordino il tempo che ho attraversato a volte senza quasi accorgermene e altre come se non fosse ancora passato. Riordino i giorni presenti perché arrivino preparati a quelli di domani. Per il futuro non so. Chi riordina il mio cuore? Il mio desiderio di essere ancora corpo e abbraccio? Chi riordina il mio pensare? Il mio bisogno di essere rassicurata e risolta? Chi riordina il mio vuoto? La perdita di tutte le sicurezze che mi erano st...

Cosa rimane

Una pasqua vissuta nel silenzio. Le strade vuote. Piazza San Pietro vuota. Francesco in silenzio. Dio che non c'è. Silenzio anche di parole che non si trovano, di pensieri che non si sanno esprimere o, forse, semplicemente non se ne ha voglia. Hanno suonato le campane, domenica: tutte le chiese della città insieme. Un silenzio assordante. Eppure. Macabea pensa che alcuni momenti di baratro profondo in cui precipita senza mai arrivare a cadere veramente, siano dovuti a disordini ormonali che la spaventano molto perché fuori da ogni suo possibile controllo. Se ne rende conto dopo, quando si placano un po'. Resta la lucidità di quei momenti, perché Macabea pensa che siano quelli i momenti più sinceri. Come quando, da arrabbiati, si lasciano andare i pensieri, e le parole, a briglie sciolte: si pronunciano parole inappropriate e con toni sbagliati, ma le parole - e i pensieri che svelano - sono autentiche. Resta, allora, la consapevolezza di una solitudine incolmabile; dell...

Non volevo essere Jo March

Tutte le bambine vogliono essere Jo March e lo volevo anch'io, ma non potevo dirlo; non me lo permettevo: era un sogno troppo grande anche per la mia fantasia. Ci pensavo in questi giorni di grande solitudine familiare. Pensavo a tutto quello a cui, da sempre, non ho dato nome, voce, impedendogli quindi di esistere e realizzarsi.  Impedendomi di esistere e realizzarmi. Poi sono diventata Macabea. Macabea ha scritto le parole di cui avevo bisogno e le ha messe in una bottiglia che ha lasciato andare in un piccolo mare. La bottiglia è stata raccolta, aperta. E' stato letto il messaggio e sono state pronunciate altre parole. Non si guarisce, ma un cerotto può rendere più sopportabile il dolore. Non si guarisce, ma anche il freddo di una pallina di gelato può aiutare. A Macabea manca un corpo che la stringa. Le manca poter essere la carne che è. Questa quarantena le ha fatto comprendere quanto sia fatta di carne e ossa e respiro umido. E poi Macabea ha aperto la porta a Jo Ma...

Mancano le parole

Macabea ha bisogno di parole. Sono le parole che la tengono insieme e, adesso, avrebbe bisogno di parole pronunciate, perché quelle pensate nel suo continuo soliloquio sanno solo ferire e riaprire ferite mai curate. Macabea vorrebbe poter chiedere scusa e vorrebbe poter perdonare. Sembra però sia la sola, ancora una volta, ad avere questa urgenza di parole che tracciano una strada nuova. E così tace e non sa dove posare lo sguardo, non sa dove riposare; dove poter lasciar andare le lacrime finché non finiranno (e così non finiscono). Macabea non ha più respiro, non ha più battere del cuore. O, forse, ha troppo respiro. E troppi battiti, per tenerli tutti a bada. Prova a nascondersi tra le pagine di qualche libro, in un altrove sempre più difficile da preservare. Non esistono più i mondi paralleli che la salvavano quando era bambina. Intanto si accontenterebbe di un abbraccio rotondo in cui poter provare a riposare almeno un po' da se stessa.

Domenica delle palme

Macabea è orfana, vedova, sterile. Ha perso tutto o, forse, non ha mai avuto niente. E ciò che credeva essere la sua esistenza era, è, un'enorme menzogna. Macabea deve morire, perché non sa vivere questa vita. Macabea non può morire, perché le è negata la possibilità di essere libera. Macabea è morta. E nessuno la piange.

Eppure

Macabea si è perduta o, forse, non è mai stata tanto presente a se stessa come ora. Il risultato è il medesimo: l'impossibilità di dire; la consapevolezza di non possedere le parole che le servirebbero per tradurre i pensieri, lucidi e dolorosi, delle ultime settimane, degli ultimi mesi. E poi c'è il pudore segnato dal senso di colpa. Perché se tutto il mondo si ferma, se c'è una fila di camion militari a portare i troppi morti lontano dalle proprie case e dai propri cari, allora come si può dire lo sgretolarsi del proprio piccolo mondo? Macabea pensa di aver perso tutto quello che teneva in piedi il suo camminare. Ha perso la protezione di un padre, l'abbraccio di un compagno, Dio. E in tutte queste perdite, ha trovato l'insicurezza di saper proteggere i suoi figli, i suoi genitori, la sua famiglia. Eppure mai come ora Macabea avrebbe bisogno di dire; anche di inventare un altrove lontanissimo per dare respiro a pensieri che respiro non ne trovano più. Eppure....

Fine settimana

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